DOPO IL GIUBILEO DEI RAGAZZI, LA STRADA DA FARE

*di don Michele Falabretti (Direttore del SNPG)

L’entusiasmo per quello che è successo a Roma nei giorni scorsi, durante il Giubileo dei ragazzi, è ancora alle stelle: tantissimi messaggi che mi arrivano raccontano quanto quell’esperienza sia stata forte per i ragazzi e per i loro educatori. A me sembra di essere tornato ai giorni dell’oratorio, quando finiva l’”Estate ragazzi” e il giorno dopo, tanto atteso da noi grandi per poter tirare il fiato, portava con sé un carico enorme di nostalgia. Erano appena andati via e ne sentivi già la mancanza, come sta avvenendo con la chiusura di questi quattro giorni romani. Si apre il tempo della verifica e della rilettura. I bilanci, no: quelli stanno nel cuore dei ragazzi e di Chi vede tutto. A noi tocca, semplicemente, provare a capire cosa è successo.

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Via della Conciliazione, la lunga fila dei ragazzi

Tra le tante provocazioni, mi è rimasta dentro quella di molti giornalisti che chiedevano se il Giubileo dei ragazzi non fosse “un’altra Gmg” o una sua versione più “piccola”. No, credo non sia così: anzi penso che proprio nella differenza tra l’una e l’altra esperienza stia il senso delle giornate che abbiamo pensato e vissuto insieme. La Gmg ha una sua storia, una sua identità che si è costruita nel tempo. Ha resistito ai decenni e a generazioni di giovani, ha visto ben tre Papi prendervi parte. Il Giubileo dei ragazzi invece era un’idea nuova, nata per una serie di ragioni che è bene sottolineare.
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Una delle 7 tende della Misericordia

Innanzitutto il Papa non ha pensato a un Giubileo straordinario della Misericordia in cui tutti dovessero andare in pellegrinaggio nella capitale, tanto che in ogni diocesi c’è una Porta Santa, ma questi ragazzi li ha convocati a Roma, li ha proprio voluti accogliere a casa sua e per loro si è speso. C’è stata un’attenzione nuova per una fascia d’età spesso dimenticata, l’adolescenza, o, peggio, inglobata nel mondo dei “fratelli maggiori”. In questi giorni, nonostante le spiegazioni date, molti insistevano ancora nel chiamarli “giovani” e sembra si faccia ancora troppa fatica a parlare solo di “preadolescenti” e di “adolescenti”. Ma è un’età che conosciamo tutti, un’età rapida, che sfugge alle classificazioni: ne fanno parte ragazzi che in quattro o cinque anni cambiano così tanto da far fatica a riconoscerli.
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Un’altra tenda mobile

Sono ragazzi che mettono in crisi tutto: i genitori, gli adulti, il mondo che li circonda e persino se stessi. Forse è questo che a volte spaventa: ragazzi così inquieti provocano le nostre certezze e – in fondo – rispediscono al mittente il suo sapere e il suo credere. È come se ci ponessero domande terribili: ma voi adulti siete sicuri di quello che ci dite? E perché, allora, siete voi i primi a non essere coerenti?
Sembra impossibile, ma è stato un “giovane” di ottant’anni, papa Francesco, a dare una lezione grandiosa: è sceso in Piazza San Pietro e si è seduto su una seggiola in mezzo agli altri sacerdoti, ha ascoltato questi ragazzi e con pazienza li ha guidati uno a uno. È bastato loro vedere i suoi gesti per capire che li stava incontrando tutti. Ha riconosciuto il loro bisogno di festa e li ha voluti salutare nel video-messaggio mandato in onda allo Stadio Olimpico. E infine li ha attesi sul sagrato per la Messa dove ha aperto il suo cuore (ma quanto è stata bella, quell’omelia?).

Incontrare i ragazzi, ascoltarli con grande pazienza, mettere dentro il loro cuore semi di speranza e accettare le loro inquietudini, lasciarsi provocare e provocarli. No, non è una Gmg: è un programma di lavoro per qualcosa che ancora non abbiamo fatto. Per questo il Giubileo dei ragazzi sta offrendo una grandissima opportunità a noi educatori, alle parrocchie e alle famiglie: spenderci in modo nuovo, incontrandoli giorno dopo giorno, sia quando siamo coerenti, sia quando proviamo a esserlo e non ci riusciamo.

(tratto da “Avvenire”, 27 aprile 2016)

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